Probiotici di nuova generazione per la prevenzione e la gestione di malattie metaboliche

Roma, 23 gennaio 2026 – L’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Portici (Cnr-Ispaam), assieme all’Università Tor Vergata di Roma e all’IRCCS Neuromed di Pozzilli (Isernia), è tra i protagonisti dell’ampio studio internazionale che ha rivelato come un batterio intestinale – Dysosmobacter welbionis – svolga un ruolo chiave nel proteggere la salute del fegato, nonché nel prevenire e migliorare possibili disturbi di natura metabolica.
Tale batterio, infatti, la cui presenza è associata a un quadro di buona salute metabolica ed epatica, è in grado di trasformare il mio-inositolo – un composto naturalmente presente in frutta, legumi, cereali e frutta secca, in acido butirrico – già noto per gli effetti benefici in alcune malattie metaboliche dell’uomo. Questo batterio intestinale potrà quindi costituire la base per lo sviluppo di probiotici in grado di svolgere un’azione preventiva per questo tipo di disturbi.
Lo studio, coordinato da due istituzioni belghe (Università Cattolica di Louvain e WEL Research Institute di Wavre), pubblicato sulla rivista Gut, riporta l’esito di un’estesa analisi metagenomica del batterio Dysosmobacter welbionis svolta con il contributo di atenei e centri di ricerca da tutta Europa: oltre all’Italia hanno infatti partecipato l’Olanda con l’Amsterdam University Medical Center e l’Università di Wageningen; il Regno Unito con l’Imperial College di Londra e l’Università Trent di Nottingham; la Finlandia con l’Università di Helsinki; la Germania con l’Università di Aachen; la Francia con l’Università La Sorbona di Parigi, l’Università di Lille, e l’INCOMM Rangueil Hospital di Tolosa; la Spagna con il Biomedical Research Institute di Girona e l’Istituto de Salud Carlos III di Madrid.
Spiega Antonio Dario Troise, coordinatore dello studio per il Cnr-Ispaam: “Lo studio si è concentrato sul potenziale ruolo protettivo di questo batterio intestinale per la salute del fegato: la sua assenza o ridotta rappresentazione nell’intestino sembra essere una caratteristica di soggetti affetti da steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, o presentanti una fibrosi epatica avanzata; viceversa, la sua presenza è associata a un miglioramento di possibili disturbi metabolici”.
L’aspetto innovativo, poi, è stato scoprire che Dysosmobacter welbionis ha anche la capacità di metabolizzare il mio-inositolo –un poliolo che migliora la sensibilità all’insulina e la composizione del microbiota intestinale- in acido butirrico, un composto in grado di svolgere un ruolo cruciale per la salute metabolica ed epatica dell’uomo. Benchè alcuni batteri intestinali possano convertire questa molecola in acido acetico e acido propionico, non era mai stata dimostrata la possibilità di trasformarla in acido butirrico.
“L’ampia analisi metagenomica compiuta ha permesso di valutare l’associazione del batterio con biomarcatori di rischio metabolico e di verificare come il batterio possieda una ‘via metabolica unica’ per convertire il mio-inositolo alimentare in acido butirrico, differenziandosi così da tutti gli altri commensali intestinali”, prosegue Andrea Scaloni, ricercatore del Cnr-Ispaam coinvolto nello studio.
“Data la significativa presenza di questo batterio nell’intestino di soggetti sani e la sua costante associazione con la salute metabolica ed epatica dell’ospite, il batterio Dysosmobacter welbionis risulterebbe, quindi, emergere come un candidato ideale per lo sviluppo di probiotici di nuova generazione da usare in approcci terapeutici innovativi diretti al microbiota intestinale dell’uomo e volti a prevenire e/o gestire malattie metaboliche come il cosiddetto fegato grasso, l’obesità e il diabete di tipo 2”.
Test di somministrazione del batterio in modelli animali affetti da fegato grasso (steatosi) hanno permesso, infatti, di verificare un significativo miglioramento della glicemia e della disfunzione epatica. “La scoperta, poi, che la fermentazione del mio-inositolo determini direttamente la produzione di acido butirrico potrebbe modificare gli attuali paradigmi della ricerca sulle interazioni dieta–microbiota–ospite, ed in particolare quelli riguardanti la somministrazione alimentare di tale poliolo”.



